PRESENTAZIONE “TEMPLARI IN CAMMINO” – DIARIO DELL’ESCURSIONE DELL’ 1 APRILE 2023: “I TEMPLARI TRA SEMINARA E TAUREANA DI PALMI”

La Commenda San Giorgio n. 3 della Città di Reggio Calabria mercoledì 14 giugno 2023 si è riunita presso la chiesa Santa Maria Odigitria vivendo un capitolo emozionante condotto dal Comandante Cavaliere Stefano Repaci con l'autorevole presenza del Gran Priore Vincenzo Polimeni della guida spirituale Don Giacomo D'Anna e di tutti gli altri cavalieri e Dama facenti parte della commenda.
Durante il Capitolo è stato relazionato dai Cavalieri Tripodo Antonino, Merenda Antonio e Giuseppe Calopresti il viaggio studio di giorno 1 aprile 2023 nei territori di Seminara e Taureana di Palmi alla ricerca di tracce e simboli del Templari
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“Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi” (Marcel Proust)

Sabato 1 aprile 2023, dando il via al programma “Templari in cammino”, i Cavalieri e gli Scudieri dell’ Ordine Equestre di San Bernardo si son messi in marcia in un cammino a ritroso nel tempo, fatto di fede, sete di Conoscenza e desiderio di vera ricerca storica. Ma questo primo appuntamento è anche un cammino che squarcia il velo dell’oblio, alla ricerca delle origini della cristianità e delle tracce del passaggio dei Templari in terra di Calabria, che ripercorre un sentiero che si snoda lungo le strade dell’antica Tauriana percorse dai cristiani d’Oriente, dai primi cristiani d’Occidente, da San Fantino e dai Pauperes Commilitones Christi Templique Salomonis che a San Fantino avevano dato vita ad una importante Commanderia.

La mattina dell’1 aprile, allora, lungo l’antica via che da Taureana conduceva a Seminara, si sono ripercorsi i passi che hanno dovuto percorrere quegli antichi Cavalieri che, dopo il terremoto del XIII sec. (ed il conseguente crollo della Cripta di San Fantino e della Chiesa sovrastante), decisero di trasferire la statua lignea della Madonna Nera a Seminara collocandola, in assenza di un luogo degno ad accoglierla (come oggi è la Basilica della Madonna dei Poveri), all’interno di una grotta. Si tratta della più antica statua lignea della Calabria, ed è la Madonna Nera più alta (cm 92) ancora esistente, seconda sola alla Madonna di Verdelot in Francia, conosciuta come la “Madonna dei Poveri” perché, secondo una certa tradizione, sarebbe stata ritrovata o sollevata da gente povera. In realtà, essa è la statua della Madonna dei Poveri Cavalieri di Cristo la cui storia sarebbe legata a quella del Cavaliere francese Alfredo de Montaigu, il cui discendente fu poi Pierre Montaigu, 15º Gran Maestro dei Cavalieri Templari (dal 1219 al 1232), come emerso dagli studi del prof. Domenico Bagalà riportati nel suo libro “San Fantino e Tauriana. Un viaggio alla scoperta di una storia sconosciuta”.

La grotta, seppur vuota, racconta una storia di fede; è testimonianza diretta del passato della nostra Terra, del passato del nostro Ordine. Infatti, nonostante il muschio abbia interamente ricoperto la superficie (sia interna che esterna) della grotta, sono ancora visibili i “segni” lasciati impressi nella roccia: croci patenti, croci greche e latine, stelle e tanti altri simboli. La parola “simbolo” viene dal latino symbolum e, a sua volta, dal greco antico σύμβολον, sýmbolon (cioè, “segno”), e dal verbo συμβάλλω (sym-ballo), formato da σύν, “insieme”, e βάλλω; gettare”, dunque “mettere insieme”, “riunire”. Il lavoro, allora, è questo: mettere insieme le pagine sparse di un racconto straordinario denso di simboli e tracce che si rivelano a chi ha occhi per vedere.

Ma anche tutta l’area geografica intorno conserva tracce del passaggio dei Templari. La zona, infatti, era attraversata dall’antica Via Popilia o Via Capua-Regium, costruita dagli antichi romani nel 132 a.C. al fine non solo di collegare Capua a Reggio Calabria ma, soprattutto, di congiungere stabilmente Roma con la “Civitas foederata Regium”, estrema punta meridionale della penisola italica. Nel Medioevo la Via Popilia veniva costantemente percorsa dai Cavalieri Templari che si recavano a Reggio Calabria per imbarcarsi per la Terra Santa, attraversando le montagne che sovrastano il Comune di Seminara (in località Piani della Corona) e la Valle delle Saline ove, secondo le fonti storiche, in passato vi erano centinaia di monasteri e luoghi di culto.

Non molto lontano (ma momentaneamente inaccessibile a causa di una frana naturale)  vi è la c.d. “Cattedrale Celeste”, costituita da 12 alberi di pino disposti a forma circolare dove pare avvenisse l’Investitura e la Vestizione dei nuovi Cavalieri. In un bosco caratterizzato dalla “macchia mediterranea” e dai castagni, questi sono gli unici pini presenti, segno che sono stati appositamente piantati (come, d’altronde, suggerisce la stessa loro disposizione a cerchio). La scelta di questa specie di albero non è casuale: il pino, infatti, è simbolo di eternità e di immortalità in quanto è un albero sempreverde e, una volta caduto, si autorigenera dal suo stesso ceppo. I pini oggi presenti, infatti, non sono vecchissimi ma si sono rigenerati sui ceppi di quelli preesistenti.

Accanto al percorso, addentrandosi in una flora lussureggiante, vi è il monastero rupestre di Caforchie (“caforchia”, dal greco “buca profonda”), un complesso di grotte un tempo abitate da monaci, le cui pareti sono costellate da scritte (tante ancora da decifrare), croci e altri simboli. Si intravedono chiaramente una croce a due braccia ed un’altra croce inscritta in un quadrato. Il sito fu scelto dai monaci per la sua posizione appartata, per la presenza dell’acqua, per il tipo di roccia morbida e facilmente lavorabile. Qui vi sono le grotte abitate da S. Elia “Il Giovane” e da Daniele, suo discepolo, prima di edificare il monastero sul Monte Aulinas (oggi Monte S. Elia di Palmi). Accanto al complesso di grotte vi è un cimitero, luogo di sepoltura dei monaci, ricco di iscrizioni, simboli e nicchie che contenevano le lampade votive. Ai piedi di una grotta vi è una sepoltura, sorprendentemente diversa dalle altre sepolture del luogo che riguardano i monaci che abitavano il complesso rupestre. I simboli sono diversi: due punti e due linee in mezzo, oblique, che non si intersecano ma si interrompono, a rappresentare la vita e la morte (i due punti) e il cammino in mezzo (le due linee) che si è interrotto. Chi è sepolto in quel luogo?  Il cammino di quale individuo si è interrotto?  Certamente deve trattarsi di una persona degna di essere sepolta in quel luogo sacro. Certamente non deve essere uno di quei monaci che abitavano le grotte, perché le loro sepolture sono poste in un luogo più appartato e perché vi è un simbolo che non si trova sulle altre sepolture: una croce coricata. Chi è sepolto, allora, in quel luogo lo svela la spada coricata che è stata disegnata, scavata, impressa nella roccia: in Cavaliere! È certamente la sepoltura di un Cavaliere! Forse di un Cavaliere Templare? Si lascia questo luogo misterioso e suggestivo, rappresentato dal monastero rupestre di Caforchie, pieni di domande piuttosto che di risposte ma, allo stesso tempo, con un animo inspiegabilmente sereno, quasi “caricato” dalle energie positive che si sprigionano da queste grotte e queste rocce dense di storia e di spiritualità.

Dopo un piacevole pranzo consumato “in famiglia”, all’insegna della convivialità e della fratellanza, il viaggio riprende lungo le strade della Tauriana precristiana, paleocristiana, romana e medievale alla riscoperta della storia dell’antica civiltà italica dei Tauriani che, poi, è la storia di un territorio che darà il nome alla Nazione; di un territorio che ha accolto popoli italici, romani, cristiani, normanni e Cavalieri Templari; di una terra che è divenuta snodo cruciale della storia della Calabria e dei paesi del Mediterraneo. È “una storia di splendori e meraviglie, ma anche di distruzioni e decadenza, tra terremoti, invasioni, ricostruzioni, fede, prodigi e misteri”, dice il prof. Domenico Bagalà che fa gli onori di casa e guida la comitiva. Della grandiosità architettonica del passato restano solo vestigia, eppure tanto basta ad affascinare chi si approssima con sete di conoscenza.

Ancora oggi si rimane incantati davanti alla «Cripta», il luogo di culto cristiano più antico della Calabria che un tempo custodiva le spoglie di San Fantino, il Santo più antico calabrese ma anche il più antico tra i Santi Cavalieri in Occidente, tanto che – afferma il prof. Bagalà – “San Fantino era a quel tempo il Santo più venerato fra quelli a Cavallo e a lui erano dedicate numerosissime chiese in tutto l’impero, in molte delle quali è chiamato “San Fantino Cavaliere”. San Fantino è conosciuto anche come “il Taumaturgo” (cioè, il guaritore, colui che opera prodigi, miracoli), ma è più conosciuto come “Cavallaro” (dal latino caballarius, cioè colui che va a cavallo), un termine simile a quello di “Cavaliere”, usato nel Medioevo. San Fantino, allora, è il più antico tra i Santi a cavallo, o Santi Cavalieri, in Occidente (l’altro santo cavaliere del III secolo è San Giorgio, originario però della Cappadocia in Turchia). La sua nascita avvenuta nell’antica città di Tauriana (oggi Taureana, frazione di Palmi) nell’anno 294 d.C. è attestata dal prof. Giorgio Otranto in “Vetera Christianorum”, organo scientifico del Dipartimento di Studi classici e cristiani dell’Università di Bari. Senza tema di smentita, allora, si può affermare che la Cripta di San Fantino rappresenti la radice stessa della nostra civiltà cristiana, sia latina che orientale (il Santo, infatti, è venerato sia dalla Chiesa Cattolica che da quella Ortodossa).

In questo sito sacro tutto è spiritualità e non a caso è stato scelto dai Cavalieri del Tempio, promotori di una elevazione spirituale capace di trascendere la materia. Evidenti e numerose sono le tracce del passaggio dei Templari, i quali utilizzarono la Cripta di San Fantino come battistero, per l’aghiasma e per il culto della Madonna Nera. Come è noto i Templari furono grandi devoti della Vergine Maria e perciò si fecero promotori e finanziatori in Europa di centinaia di chiese e Cattedrali dedicate a Notre-Dame, realizzate in stile gotico dai monaci cistercensi nonché dai membri delle gilde e delle corporazioni medievali di muratori. Queste Cattedrali sorsero improvvisamente in tutta Europa a partire dall’anno 1128, cioè dopo il ritorno dei Cavalieri Templari dalla Terrasanta. Esse furono realizzate con una maestria costruttiva unica, con una tecnica architettonica nuova e completamente diversa dalle precedenti chiese romaniche, una tecnica che faceva della verticalità e della Luce che entrava attraverso le maestose vetrate colorate una loro caratteristica. Queste Cattedrali sono tutte orientate con l’abside rivolto verso Est, verso la luce nascente, verso l’Oriente ovvero verso la Palestina (luogo di nascita di Gesù Cristo). Spesso sorsero sopra precedenti luoghi di culto e sopra delle cripte che custodivano fonti di acqua e statue sacre legate al culto della Dea Madre, di Gea, di Iside e della Vergine Nera. Ma la diffusione del culto della Madonne Nere in Occidente si deve ai Templari e alle predicazioni del loro protettore Bernardo di Chiaravalle, il quale scrisse un commento al Cantico dei Cantici, in cui la sposa nigra sed formosa (Ct 1, 5) sarebbe una delle figure femminili dell’Antico Testamento che può essere intesa come profezia della Vergine. La predicazione di San Bernardo (che predicò la seconda Crociata) diffuse il culto della Madonna Nera, il cui colore scuro delle statue sta ad identificare la Madonna con la donna del Cantico dei Cantici, ove veniva descritta “bruciata dal sole”, “scura come le tende dei beduini” (vv. 5 e 6:).

A San Fantino i Cavalieri Templari ritrovarono riproposte tutte queste caratteristiche: un cripta (antichissimo luogo di culto); la fonte sacra e la statua della Madonna Nera! In questo straordinario luogo sacro, essi (come già detto) stabilirono la sede di una loro importante Commanderìa, apponendovi a mo’ di firma, i loro simboli. Infatti, nella superiore chiesa cinquecentesca, sotto alcuni strati di intonaco, sono state ritrovate due croci patenti: una è la classica croce patente rossa, l’altra è degna di maggiore attenzione perché contiene un dettaglio che attesta la presenza di un Maestro Templare. Nella Cripta, poi, si possono notare una Croce di San Giorgio ed il simbolo dell’orante. Ancora, sul lato destro della facciata della Cripta (ricostruita dai Templari dopo il terremoto del 1230) vi è una croce latina, detta del Golgota, segno inequivocabile della presenza di una Cammanderia. Sempre sulla facciata, inoltre, vi sono due marmi bianchi con su scolpiti dei gigli a tre petali, gigli chiusi (a simboleggiare la nascita, l’inizio), gigli aperti (a simboleggiare la vita, il cammino). La facciata, infine, presenta i resti di un arco gotico o meglio “l’arco arabo/latino/bizantino, antesignano dell’arco gotico, opera di quella contaminazione culturale tra oriente e occidente, la cui sintesi in questo caso è stata messa in atto dai cavalieri Templari, presenti nel XII-XIII sec. nella Chiesa di Fantino, assieme ai monaci Mediorientali (Palestina, Siria, Giordania, Egitto, Grecia ecc.) fuggiti a seguito delle guerre e accolti nel venerando monastero di Tauriana” (Domenico Bagalà).

Accanto alla Chiesa di San Fantino, poi, si trova il Parco archeologico dei Tauriani che custodisce i resti dell’antica città di Tauriana, prima brettia poi romana. Si possono ammirare: architetture pubbliche, sacre e private, come la “casa del Mosaico”; il “santuario urbano”, denominato “casa di Donna Canfora”; una strada romana e i resti di un anfiteatro (dotato di un impianto idraulico al fine di riempirlo d’acqua e permettere lo svolgimento della naumachia, cioè lo spettacolo rappresentante una battaglia navale, come avveniva nel Colosseo). Vicino vi è la base di un antico Tempio, con un primo strato opera dei tauriani ed un secondo strato opera dei romani. A poche decine di metri dal Tempio, immersa nel verde smeraldo della macchia mediterranea e che sovrasta un promontorio che si affaccia sul Mare Tirreno, vi è una Torre di avvistamento contro i saraceni, che porta ancora oggi impressa sulle sue mura diversi segni e simboli. Ma è giunto il tramonto. Dopo un cammino durato dal mattino sino a sera inoltrata, la fatica vorrebbe prendere il sopravvento. Tutti gli sforzi, però, sono stati affrontati e superati con spirito di fratellanza e voglia di gioire dei momenti passati assieme. Vengono alla mente le parole di San Bernardo di Chiaravalle: “Dove è amore non c’è fatica, ma gioia“.

I Cavalieri e gli Scudieri del nostro Ordine hanno scoperto una pagina sconosciuta della storia dei Templari in terra di Tauriana la cui presenza, oggi, s’è fatta memoria collettiva, cultura, coscienza storica, luce che squarcia le tenebre dell’oblio. L’escursione del primo aprile a.D. 2023 ha raggiunto il suo obiettivo: percorrere strade nuove, alla ricerca di indizi e fatti nuovi, con l’onesta, l’umiltà e la passione di chi ha sete di Conoscenza e perciò ha il coraggio di togliersi il velo dagli occhi per essere folgorato dalla Luce della Verità. Questo cammino, questa esperienza straordinaria, ha offerto ai partecipanti la giusta chiave di lettura per aprire porte fino ad oggi inaccessibili, per aprire gli occhi di chi vuol vedere, per capire i simboli che erano sotto gli occhi di tutti ma che nessuno riusciva a comprendere.Corrono alla mente le parole di Marcel Proust: “il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”. Solo con nuovi occhi si può sottrarre all’oblio del tempo ciò che il tempo stesso gelosamente custodisce in attesa di uomini elevati nella mente e nello spirito, uomini dotati di una sensibilità capace di dare la giusta importanza alle pietre che compongono il complesso di San Fantino ed alle parole di storia e di fede che ancora riecheggiano tra esse. La parola, si sa, ha una forza dirompente e creatrice, come insegna il prologo di San Giovanni. Analogamente, in quel sito sacro altrettanto forti sono state le parole di San Fantino quando compì il suo primo miracolo dividendo le acque del fiume Metauro (“Fermati, Metauro. Passa Fantino, il servo di Dio!“), parole che hanno dato l’avvio ad una grande storia di fede. Altrettanto forti furono le parole dei Templari che risuonavano in quei luoghi quando ripetevano il loro motto “non nobis Domine, non nobis, sed nomini Tuo da gloriam”. La Parola, dunque, di San Fantino e dei Templari ha costruito, pietra su pietra, la storia di Tauriana, la storia della Cristianità, la storia dell’Ordine del Tempio.

La ricerca della Conoscenza, la ricerca della parola impressa sul fluire della Storia ma andata persa o dimenticata è il senso di “Templari in cammino”, una serie di escursioni su terra di Calabria che non vuole rappresentare delle semplici “gite” per andare a leggere di pagine di storia già scritta ma vuole essere momento di studio; un cammino alla ricerca di tracce storiche e archeologiche; un tuffo nella storia e dentro il proprio animo; una caccia a un antico tesoro sapienziale fatto di storia, fede e spiritualità. “Templari in cammino”, allora, è un cammino a tappe che rivela un grande amore per la propria Terra, un terra troppe volte trascurata, saccheggiata o abbandonata dai suoi stessi figli se pur si trovi al centro di quel Mediterraneo che “collega tre continenti: Europa, Asia e Africa, ma anche Oriente ed Occidente, Nord e Sud senza soluzione di continuità, un mare che da sempre ha permesso lo scambio dei saperi e, quindi, dello sviluppo delle civiltà. Cerniera di raccordodi questi diversi “mondi” è sempre stata la Calabria, un luogo di incontro e di fusione delle culture, tra storia e mito…” (Domenico Bagalà). Di questo “scambio di saperi”, di questa “fusione delle culture” in terra di Calabria, come è emerso nel corso della prima escursione, Tauriana ne fu un fulgido esempio: luogo ove regnava la tolleranza (si parlavano 4 lingue e le tombe pagane e cristiane si trovavano l’una affianco all’altra); ove vigeva la parità di genere (uomini e donne partecipavano agli stessi banchetti); ove si erano raggiunte grande conoscenze tecnologiche (basti pensare ai mattoni, resistenti e leggeri, realizzati con la pietra pomice che dallo Stromboli giungeva su questi lidi); ove avvenivano regolarmente scambi culturali con il centro della sapienza di allora (il Medio Oriente).

Se è vero che “non c’è futuro senza memoria” (cit.), allora dalla conoscenza della nostra storia passa il sogno di un riscatto civile e culturale della nostra Terra. Vengono in mente le parole del monaco aghiorita Cosmas: “E’ in Calabria che bisogna tornare, il mondo non può fare a meno della Calabria! La perdita della cultura calabrese è un lusso che il mondo non può permettersi!”.

Reggio Calabria, 14/06/2023                                   

Il Gran Cancelliere

Cav. Giuseppe Calopresti

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